 SKILGANNON Il Dannato
Skilgannon è il personaggio con cui ho giocato, insieme a Daenerys, negli ultimi mesi a Forgotten Realms! In seguito alla morte dei personaggi del party Rashemi abbiamo creato un nuovo gruppo, e io ho deciso di provare una nuova razza disponibile grazie al Libris Mortis.
Si tratta infatti del Mezzo Vampiro, un template applicabile a qualunque alta razza. Avevo appena terminato di leggere il romanzo di David Gemmell "White Wolf",ed essendo il protagonista un personaggio davvero intrigante in suo onore ho creato il mio Skilgannon il Dannato :) spero che Gemmell non se ne abbia a male ;)
Skilgannon inoltre incarna il mio spirito guerriero latente, infatti è uno dei pochi combattenti che io abbia giocato: ha quattro livelli da guerriero, quattro da ladro e adesso ho cominciato la classe di prestigio dello Street Fighter! Ma diciamo qualcosa su di lui! Skilgannon è alto 194 centimetri, per più di 100 kili di peso! E' una specie di armadio, gigantesco ed imponente! contate che ha 18 sia di forza sia di costituzione, nonchè 16 di destrezza.. in pratica un armadio a due ante con la destrezza di una pantera! E' molto molto bello, ha il carisma altissimo! Ha lunghi capelli neri, lisci, che tiene sciolti oppure legati in una coda. Ha occhi di giaccio, occhi che nascondono un profondo dolore e la convinzione che l'essere il Dannato non lo abbandonerà mai. Ha il terrore del fuoco, per via del suo passato che potete leggere più avanti, e una terribile ragnatela di cicatrici di ustioni gli ricopre parte del corpo e tutta la schiena. Per questo resta sempre vestito quasi completamente.
E' diventato piuttosto pessimista in seguito ad alcuni avventimenti della sua vita, e tende a rinchiudersi in se stesso. Ha però trovato in Gala una speranza e un motivo di vita, perciò ora va avanti al fianco di lei sperando nella redenzione!
Questa perciò è la pagina di Olek Skilgannon, il Dannato di Glarondar, il Simbulmin di Velprintalar, Gran Consigliere dell’Aglarond, eroe della guerra contro il Thay, Skilgannon secondo in capo ai Simbulmin.
Al momento io e Umberto, che gioca con Gala, abbiamo abbandonato i nostri due personaggi. Come si può leggere nel riassunto delle nostre avventure, abbiamo perso la nostra mente all’interno dell’anello di Karsus, e adesso per salvarci lui ci ha portati con sè nella sua ricerca del potere necessario a far tornare le nostre menti! Perciò saremo al suo fianco al momento della sua ascesa al potere, o comunque se ne riparla quando lui farà il miracolo necessario a salvarci e noi riprenderemo il possesso dei due personaggi!
In questa pagina si trova quanto riguarda Skilgannon, e siccome il materiale era moltissimo l'ho diviso in due sezioni: ho scritto il background e un paio di testi narrativi che hanno lui come protagonista, e potete leggerli oltre in questa pagina (spero che vi piacciano!!!), in più ho scritto qualcosa sui personaggi con qui condivide le sue avventure e ho creato una sezione apposta, dove presto inserirò anche i riassunti delle loro vicende! Perciò ecco
LE AVVENTURE E I COMPAGNI DI VIAGGIO DI SKILGANNON
SKILGANNON Il Dannato BACKGROUND
Olek Skilgannon nacque nel 1345 in un villaggio non molto grande situato nelle zone più a est
dell’Aglarond, lungo il fiume Lapendrar, da Sidhel, gentile e bella, e da Decado Firefist, un valente guerriero che più
volte aveva dimostrato la propria lealtà verso l’Aglarond ed il proprio valore nei frequenti scontri con il secolare nemico,
il Thay.
Il Fato volle che la giovane Sidhel, incinta di Skilgannon, si allontanasse per una visita ai genitori, presso un villaggio
poco lontano. Sulla strada la carovana con cui viaggiava fu assalita da una squadra organizzata di Thayan Slavers, che cercavano schiavi per gli studi e gli esperimenti dei Maghi Rossi. Sidhel fu così condotta al di là del confine Aglarondiano, sino a una fortezza dove lo stesso Szass Tam, zulkir della Negromanzia, intendeva condurre delle sperimentazioni sull’unione di vampiri con altre razze, al fine di creare creature particolari. Sidhel si trovò imprigionata con altre donne incinte per mesi e fu la cavia di numerosi orrendi esperimenti che contaminarono il feto che portava nel grembo in maniera irreparabile.
Quando dopo un mese Decado non vide tornare la giovane moglie cominciò la sua ricerca: ricostruì l’accaduto e partì alla volta del Thay nel disperato tentativo di salvarla, pur non sapendo se fosse viva o morta. Scoperta la fortezza in cui era prigioniera, e accertatosi di ciò che vi si svolgeva all’interno, dovette appostarsi a lungo e preparare con accuratezza un piano per riuscire da solo in un’impresa così disperata. Trascorse mesi a preparare ogni cosa e a sviluppare il piano necessario, e quando riuscì a introdursi nelle celle delle prigioniere scoprì che la moglie era morta in seguito al parto e che il bimbo neonato era un mezzo vampiro. Nonostante ciò portò in salvo quello che comunque era suo figlio e fuggì, ma la fuga fu difficile e lunga. Decado riuscì a rientrare nell’Aglarond, ma in uno dei numerosi combattimenti era stato
da una sostanza letale, così ebbe appena il tempo di lasciare Skilgannon in affidamento ad un uomo che aveva con lui un antico legame di amicizia e riconoscenza prima di morire.
Skilgannon così fu cresciuto dall’amico del padre, Viohna, un nobile di una famiglia decadente che con la moglie Arya si finse suo zio. Vivevano in una grande villa piuttosto antica, nelle campagne che circondano Glarondar, la Night Fortress, e i due coniugi, sia per onorare la memoria di Decado sia per affetto, diedero il loro meglio per crescere Skilgannon negli
agii e nell’affetto, accettando la sua natura e rimpiangendo di non poter fare di più per lui.
Già dai primi anni d’infanzia Skilgannon si distinse dagli altri bambini suoi coetanei per le sue particolari doti fisiche di forza e velocità, per la sua naturale predisposizione al combattimento e per la sua resistenza. Quando raggiunse i sei anni, si era ormai reso conto di essere molto diverso dagli altri e di aver inconsapevolmente spesso ottenuto l’amicizia delle persone tramite l’innato potere del suo sguardo; decise di voler imparare a controllare le proprie capacità, e ne parlò con Viohna. I suoi zii lo affidarono agli insegnamenti del maestro Greavas, che lo avrebbe
accompagnato nella sua formazione per molti anni.
Greavas fu l’unico amico che Skilgannon accettò, l’unico che abbia mai accettato tutt’ora. All’inizio i suoi insegnamenti furono duri e difficili da comprendere per il bambino, che non capiva ad esempio l’importanza che potesse rappresentare per un guerriero l’imparare la danza.
Seguì comunque sempre le istruzioni del mentore, che lo allenò duramente seguendo ogni aspetto della sua formazione finchè Skilgannon fu ventenne e potè prestare servizio sul Watchwall.
Quando Skilgannon ebbe compiuto i 14 anni, Viohna gli raccontò la storia della sua nascita, di come i Thayan avessero rapito la madre per schiavizzarla e l’avessero poi uccisa, e di come il padre fosse morto salvandolo. Gli rivelò così la verità dei fatti –o quantomeno la verità che lui conosceva- e gli consegnò la spada e l’armatura lasciategli dal padre. Skilgannon era già allora un ragazzo chiuso, solitario e introverso, essendo sempre stato emarginato come “diverso”, e la verità sulla tragedia avvenuta ai genitori,
persone oneste e buone, lo spinse verso un forte cinismo e una profonda disillusione nei confronti della realtà della vita, nonchì verso un profondissimo odio nei confronti del Thay.
A 20 anni Skilgannon prestò servizio sul Watchwall, dove potè dare al suo addestramento militare la perfezione che deriva dalla pratica sul campo. Per due anni pattugliò le alte mura sfogando la propria ira nei confronti del Thay, poi si arruolò nella milizia di Glarondar e infine nell’armata del Green Drake.
Qui conobbe Vilihar, un giovane guerriero di nobile nascita che lo invidiava molto per le sue doti naturali e per il privilegio che aveva avuto nell’essere l’allievo di Greavas. Tra i due nacque un fortissimo odio reciproco, che col tempo crebbe sempre più, e che trovò il suo tragico sfogo in un giorno di autunno. Nel pomeriggio, una discussione nata in maniera violenta degenerò rapidamente, e gli insulti portarono presto ai fatti e a una rissa violentissima. Quella notte Vilihar si ubriacò fortemente e, annebbiato dall’ira e dall’alcool, decise di vendicarsi sul
nemico sfruttando ciò che era anche stato uno degli oggetti di scherno della lite: la paura del fuoco che provava Skilgannon. Fuori di sè, si recò alla villa dove questi dormiva con gli zii e le diede fuoco. L’incendio divampò rapidamente e Skilgannon, svegliatosi terrorizzato nella notte infuocata, tentò di salvare i suoi zii, procurandosi le tremende cicatrici che ancora gli segnano la schiena e il corpo, ma non riuscì a fare in tempo. Travolto dal dolore e dalla furia, Skilgannon corse dallo sconvolto Vilihar brandendo lo spadone del padre, e lo uccise con un sol colpo,
decapitandolo.
La voce dell’accaduto si sparse velocemente e il fatto che Vilihar appartenesse a una famiglia benvoluta e molto in alto nella nobiltà pesò molto sul processo. A Skilgannon comunque venne riconosciuto l’aver reagito ad un atto di attacco deliberato, e così fu assolto. La sua reputazione però mut&iorave; considerevolmente: voci sulla sua infanzia e sulla sua nascita cominciarono a circolare, sul rapimento di sua madre e sulla sua nascita nel Thay, sul fatto che fosse lui la causa della morte dei suoi genitori di sangue e anche adottivi.
Col tempo le storie aumentarono e crebbero, e ad esse si affiancarono anche ipotesi sulla sua diversità e sulla sua razza. Con la vicinanza delle Umber Marches a Glarondar, le voci su una sua natura immonda o parzialmente non morta si svilupparono in fretta. Quando tutto questo si concretizzò nel soprannome di “Skilgannon il Dannato” il giovane,
ormai 24enne, decise di non voler più avere nulla a che fare con tutto ciò e partì, accettando l’occasione di aver ricevuto una proposta di arruolamento nelle Simbulmyn a Velprintalar.
Giunto dopo un mese di viaggio alla capitale, Skilgannon ha però avuto una triste sorpresa: la notizia della morte di Vilihar per mano del Dannato lo ha preceduto, poichè il giovane era il figlio prediletto di una influente casata nobiliare di Velprintalar.
Anche qui il suo passato torna a perseguitarlo, come indelebile punizione per la sua colpa.
Durante il suo viaggio verso la capitale, due anni fa, Skilgannon si è mosso piuttosto lentamente, soprattutto per concedersi tempo per mettere ordine nelle fila della propria vita.
Il senso di colpa per aver ceduto all’ira, nella notte dell’incendio, e la vergogna per essere stato la causa della disgrazia dei suoi zii lo perseguitavano e bruciavano in lui come le fiamme che hanno lasciato le profonde cicatrici sulla sua schiena. Il disgusto verso se stesso lo ha così portato a percorrere la strada meno semplice per recarsi a ovest, quella attraverso lo Yuirwood.
Ha camminato per giorni nella foresta, perso nei ricordi e eni pensieri, e in una settimana è arrivato nella vasta radura di Sunglade, in cui i due mistici cerchi di Menhir, in onore degli dei elfici dimenticati, si ergono maestosi incuranti dell’uomo e delle sue vicende.
L’atmosfera magica e ricca di misticismo dell’antica foresta ha permesso all’animo di Skilgannon di placarsi, se pur un minimo, e il giovane ha ritrovato la speranza pensando al futuro di fronte a sè, un futuro nella capitale, lontana dal suo passato.
Tutto l’ottimismo guadagnato grazie alla permanenza nella foresta, così permeata del profondo spirito dell’Aglarond, è sparito -soffocato dall’amarezza nata dallo scoprire di non riuscire a fuggire il passato- non appena Skilgannon ha scoperto che le voci del Dannato erano giunte anche a Velprintalar…
SKILGANNON Il Dannato VIAGGIO NELLO YUIRWOOD
Il giovane uomo procedeva tra gli alberi con il cuore pesante.
Vestiva la meravigliosa armatura del padre, e sulla lucente superficie di Mithril le ombre del bosco danzavano, rincorrendosi e svanendo al ritmo dei suoi passi.
I lunghi capelli corvini ricadevano sul suo viso, risaltando l’innaturale pallore della pelle, e gli occhi chiari come l’acqua erano velati di tristezza. Era un uomo imponente, alto e muscoloso, ma si muoveva nell’ombra degli alberi con la grazia ferina di una pantera.
Skilgannon il Dannato
Skilgannon il Dannato
Sbuffò con disprezzo.
Di che mi lamento? Hanno forse torto? Come biasimarli...
Ma perché è successo, perché?...
Concentrato sui suoi pensieri, non si accorse del diradarsi degli alberi intorno a sè, e fu quindi con una certa sorpresa che si ritrovò all’improvviso al margine di una vasta radura. Il sole stava calando, la luce dorata del tramonto dava un aspetto sacro alla scena che Skilgannon contemplava, ammutolito dallo stupore: due circoli di Menhir si ergevano al centro della radura, il più esterno alto più di un uomo, il più interno composto da pietre di dimensioni minori. Ogni roccia era istoriata di incisioni, scritture sacre dedicate al pantheon elfico dimenticato dal tempo.
Sunglade...
Poi, il sole calò, e l’attimo che pareva sospeso nel tempo svanì. Con cinismo, Skilgannon tornò alla realtà del presente.
Ecco che il sole cala al di là delle montagna, va a violentare altre notti...
Poichè ormai era sera, il guerriero decise di accamparsi per la notte al margine della radura che aveva riconosciuto come Sunglade, così posò il suo zaino e si liberò dello pesante spadone e dell’armatura.
Una particolare atmosfera aleggiava nell’aria, come se non tutta la magia di pochi istanti prima fosse svanita con il calare del sole: il solo suono era il leggero stormire delle fronde degli alberi, mosse dal vento della sera; l’aria era fresca, le ombre cominciavano a infittirsi intorno ai Menhir e una leggera bruma saliva dal profondo del bosco, eppure era come se qualcosa di amichevole invitasse Skilgannon a gioire di ciò che lo circondava. Con aria stupita, avanzò nella radura, camminando lentamente tra i Menhir, sfiorandone con deferenza la superficie istoriata. Il tempo scorreva, e quando sorse la luna i chiari occhi del giovane videro il cerchio di pietre illuminato dalla luce azzurrina brillare come se ricoperto da gocce di pioggia, piccole luci danzare sulle superfici di roccia, percorrerne le scritte e poi svanire. Osservando rapito la bellezza della scena, Skilgannon cominciò a rilassare i muscoli stanchi per il viaggio e la mente, e le spine del dolore e del rimorso che da tempo lo tormentavano parvero svanire. A lungo rimase in piedi al margine del circolo di pietre, a guardare quelle che parevano lucciole o fate danzare alla luce della luna, comporre delicati disegni nell’aria e fluttuare leggere, mentre finalmente dopo tanto tempo non pensava più a nulla se non alla pace del silenzio.
Più tardi, quando tornò al margine della radura, si addormentò provando una calma e una pace che non pensava di poter più assaporare.
Il giorno dopo si svegliò per il calore del sole sulla pelle, riposato e ancora incerto sul significato di quanto aveva visto la notte precedente.
Dopo pochi istanti, i ricordi amari da cui tentava di fuggire tornarono a colpirlo con la violenza di una tempesta, e la disperazione che ne scaturiva lo assalì nuovamente.
Il rimorso per essere stato vinto dall’ira, in quella notte terribile di un anno prima, non era minimamente stato attenuato dal tempo; il peso dell’uccisione del giovane Vilihar gravava sul cuore di Skilgannon, che non riusciva ancora ad accettare che dei motivi tanto stupidi avessero potuto condurli a una tragedia simile.
Trascorse la giornata seguente perso nei pensieri e nei ricordi, e quando il sole calò rimase nuovamente rapito dallo spettacolo della radura alla luce della luna e delle stelle.
Visse alcuni giorni in questo modo, vagando nei dintorni della radura durante il giorno, senza uno scopo preciso,
attendendo la sera e l’incanto che portava, ma soprattutto la sua pace. In quelle notti, immerso nel silenzio e nella pace di Sunglade, Skilgannon ritrovò se stesso.
Il misticismo di cui la foresta e il circolo di Menhir erano permeati aiutarono l’animo tormentato di Skilgannon.
La solitudine e la pace che aveva assaporato in quei pochi giorni a Sunglade gli permisero di superare il momento terribile che stava affrontando: pur conservando il ricordo doloroso di quanto era successo, il giovane riusciva adesso a sperare di poter ricostruire la propria vita a Velprintalar, nella capitale tanto lontana dai luoghi in cui era cresciuto.
Lì troverò il mio futuro, sarò nuovamente utile al mio paese e mi ricostruirò una vita.
Lì nessuno mi guarderà con sospetto, né con disprezzo o paura.
Liì Skilgannon il Dannato non esiste.
Si sbagliava.
LA DANZA DI SKILGANNON Il Dannato
Skilgannon avanzò con passo sicuro al centro dello spiazzo in terra battuta.
Il sole stava calando, l’arena di allenamento era deserta. Il giovane era a torso nudo, e sulla pelle pallida spiccava la terribile ragnatela delle cicatrici che ormai da un anno lo segnavano indelebilmente. Con un laccio di cuoio legò i lunghi capelli neri, e si preparò all’allenamento.
Dopo aver scaldato i muscoli lentamente, con una serie di esercizi non troppo faticosi, cominciò a muoversi con maggiore scioltezza: i suoi gesti si fecero fluidi e sempre più armoniosi, e con la sicurezza che gli derivava da anni di pratica iniziò la sua danza.
Si muoveva con un’agilità quasi sovrannaturale, roteando su se stesso e scattando da una posizione all’altra con destrezza sempre maggiore, con un’eleganza ferina che rendeva lo spettacolo incredibilemte affascinante. La mente era concentrata sui movimenti della danza, gli occhi chiari rispecchiavano tale impegno, mentre la scioltezza dei movimenti dimostrava l’abilità profonda dello spadaccino.
Con impeto sempre maggiore, il ritmo della danza si intensificò. In un unico movimento fluido Skilgannon ruotò su se stesso e si tuffò verso le spade che erano posate in terra poco distante, e quando fu nuovamente in piedi ne stringeva una in ogni mano: continuò a danzare muovendo a ritmo le due lame, e con il passare dei secondi i movimenti si resero sempre più precisi
e si trasformarono progressivamente in attacchi, schivate e contrattacchi. I movimenti che fino a poco prima erano unicamente passi di danza divennero letali passaggi di combattimento, e l’armonia che permaeva la scena assunse una tonalità letale.
Dopo alcuni minuti lo spadaccino cominciò a rallentare la frenesia della danza di morte, e dopo aver continuato ancora a lungo ad un ritmo molto pacato infine si fermò.
Sedutosi a gambe incrociate sulla terra battuta, attese che i battiti del proprio cuore rallentassero, e quando fu nuovamente calmo si alzò con un unico fluido movimento, raccolse le spade e si incamminò in silenzio verso il cancello...
Dedicato a David Gemmell, con tutta la mia ammirazione. Paola
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Creato e curato da Paola Traversa - imizael.bladesinger@gmail.com
Online dal 28 Gennaio 2005

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